“Una vita quasi perfetta” raccontata da Vincenzo Lipardi alla Libreria Ubik di Napoli

Quando un romanzo incontra la voce di chi lo ha compreso

In occasione della presentazione di Una vita quasi perfetta alla Libreria Ubik di Napoli, Vincenzo Lipardi ha dedicato al romanzo una riflessione intensa e partecipe.

Le sue parole abbracciano i temi più profondi del libro: l’amore, il dolore di una scelta difficile, il confine sottile tra scienza e coscienza e la domanda esistenziale più antica: cosa significa davvero vivere?

Con piacere condivido qui la sua nota.

Quando Patrizia mi ha chiesto di presentare il suo libro “Una vita quasi perfetta” mi sono immerso nella sua lettura per capire di cosa parlasse e devo dire che, pagina dopo pagina, l’ho trovato intrigante e affascinante.

Un romanzo basato su una storia d’amore struggente, ma soprattutto un libro che affronta il tema del fine vita in un modo particolare, intelligente, conducendoci in un viaggio in una dimensione che sta tra la vita e la morte, tra il passato e un possibile futuro, un libro che tocca aspetti fondamentali dell’essere umano: etica, morale, religione, politica.

Insomma, un libro che ci guida in un viaggio, partendo dalla dimensione molto personale dei protagonisti, portandoci a porci interrogativi profondi, domande che tendiamo a evitare.

Domande come: si può davvero decidere della vita di qualcuno che si ama?

È proprio da questi interrogativi che mi sembra nasca Una vita quasi perfetta di Patrizia Ciava, un romanzo intenso, che ci porta dentro uno dei momenti più difficili che una persona possa vivere: quando qualcuno che amiamo è sospeso tra la vita e la morte… e devi scegliere.

La protagonista si trova davanti a una decisione straziante: il marito, l’uomo che ama, è in coma da più di un anno. I medici non danno più speranze… e le chiedono di autorizzare il distacco dei supporti vitali. E LEI, contro tutto e tutti, resiste e non riesce a prendere questa decisione.

E allora la domanda diventa concreta, reale, impossibile da evitare per chi si trova in quella strana situazione: chi siamo noi per decidere? E soprattutto… cosa significa davvero amare?

Come scrive l’autrice:

“Si può amare qualcuno al punto da lasciarlo andare?”

Il romanzo si basa su due storie parallele, che grazie alla scelta di non svelare mai il nome dei suoi personaggi, ma giocare su due figure, LEI e LUI, ci porta con pathos letterario a vivere le due storie parallele di LEI e LUI, i due protagonisti del libro: Lena e Matteo.

Accanto alla protagonista, LEI, la giovane moglie che improvvisamente si trova deprivata del suo progetto di vita e del suo uomo, emerge l’universo parallelo dell’altro il racconto dell’altro personaggio importante: LUI, un musicista di successo, apparentemente realizzato, ma interiormente fragile.

E questo crea un contrasto molto forte: da un lato una vita sospesa, dall’altro una vita che sembra perfetta… ma non lo è.

Vorrei chiedere a Patrizia di dirmi se ho colto il significato del titolo: Una vita quasi perfetta.

Nella nostra realtà sappiamo tutti che nessuna vita è davvero perfetta.

Dietro ogni rapporto, storia, vita — anche la più luminosa — ci sono crepe, fragilità, domande irrisolte.

Il romanzo, infatti, non parla solo di fine vita, ma ci parla di relazioni, di passato, di ferite, di scelte impossibili. Parla di cosa succede quando la vita che abbiamo costruito improvvisamente ci sfugge dalle mani. E ci costringe a rimettere tutto in discussione.

Insomma, Patrizia ci regala una storia forte, quella vissuta da LEI, da Lena, fatta di angoscia, di dedizione, di scelte drammatiche rinviate e un’altra storia, come potrei definirla, onirica, virtuale, mentale, vissuta da LUI, da Matteo, fatta di gioia, di successo, di appagamento.

Nel racconto c’è un intreccio di prospettive: da una parte chi resta, chi soffre, chi deve decidere… dall’altra, in modo sorprendente, anche chi è intrappolato nel coma.

È come se il libro ci portasse dentro due mondi: quello visibile — fatto di ospedali, attese, scelte — e quello invisibile, fatto di coscienza, memoria, emozioni che forse non scompaiono.

Nella storia reale, Matteo è un musicista bravo ma che non ce l’ha fatta, che continua a coltivare la sua passione suonando in luoghi minori e una sera, tornando a casa da un’esibizione in un pub, ha un incidente automobilistico, cade con l’auto in un dirupo ed entra in coma.

Lena è avvisata in piena notte, corre in ospedale e “La scena che mi si presentò arrivando al pronto soccorso fu il peggior incubo che avessi mai potuto immaginare. Matteo giaceva immobile, il volto tumefatto, il corpo martoriato da lividi e ferite. Un medico mi si avvicinò, con un’espressione tesa che anticipava la brutalità delle sue parole: «Suo marito è in coma. L’emorragia ha causato danni estesi al cervello. Non sappiamo se potrà sopravvivere»”.

Qui inizia il dramma di Lena, che ogni mattina svegliandosi ricorda le parole del medico “coma profondo, forse non si sveglierà più”.

Lena non riesce ad accettare la perdita, pensa al suo piccolo di 18 mesi, Alex, e spera in un miracolo, spera che Matteo possa svegliarsi dal coma e insieme possano crescere questo bimbo tanto desiderato.

Quando è in ospedale gli parla: “Il nostro piccolino fa progressi, sai? Cammina bene adesso…. Scruto il suo volto, immobile; una maschera vuota, inespressiva. Ispiro profondamente e continuo a parlare, ripetendomi che non devo lasciarmi abbattere”.

Ma la speranza non basta e la vita non ammette pause e LEI, giorno dopo giorno, nonostante la sua mente sia altrove, deve fare il mestiere più difficile: il mestiere di vivere.

Ogni giorno, dopo che la sveglia la richiama alla realtà, va al lavoro. “Arrivata al parcheggio, spengo il motore. Resto un attimo immobile, le mani serrate sul volante. Respiro a fondo. Devo trovare la forza per affrontare la giornata e il trantran del supermercato: la sua monotonia è rassicurante e, al tempo stesso, alienante. I bip delle casse, lo sferragliare dei carrelli, le voci dei clienti che si mescolano in un brusio uniforme…. Tutto mi sembra remoto, estraneo, come se appartenesse a un mondo parallelo.”

E in un mondo parallelo vive LUI, un grande artista, uno che ce l’ha fatta, con una vita bella e affascinante, fatta di grandi concerti, di viaggi e di riposi con le persone che ama, sulla sua barca “Sirena d’Argento”, che con la sua famiglia e la musica fondano il trittico della sua vita.

Nel racconto di LUI, fatto di tanta luce, improvvisamente arrivano le ombre e lui le anticipa, rispondendo alla domanda di Lena, sua moglie: “E cosa conta veramente per te?”, gli chiede Lena, e LUI risponde: “Tu, Alex, la nostra famiglia” dico senza esitare, “tutto quello che abbiamo costruito insieme. Ma ho paura di perderti, Lena. E se un giorno questo ritmo ci allontanasse? Se mi facessi prendere dalla brama insaziabile del successo? Se perdessi la testa dimenticando chi sono?”

Insomma, LUI è un uomo appagato e innamorato, che sente che qualcosa lavora dietro le quinte.

Nel libro della Ciava, a un certo punto le due storie parallele iniziano però a convergere.

LEI inizia ad ascoltare Renata, la madre di Matteo, che la spinge a prendere atto della situazione senza ritorno del figlio e la spinge a tornare a vivere.

“Ascoltami, cara – inizia con dolcezza – non puoi continuare così. Tu sei giovane, devi tornare a vivere, a sorridere, specialmente per il tuo bambino.”.

È una madre eppure trova la forza per dire parole di saggezza “Forse dovresti …dovremmo lasciarlo andare…” a cui Lena reagisce con durezza “Le pareti della stanza sembrano stringersi attorno a me, mentre cerco di elaborare il terribile significato di quella frase. Questo argomento non era mai stato toccato prima d’ora.” E sbotta: “No! Io non perdo la speranza”.

Nell’universo parallelo di LUI, iniziano le prime crepe. LUI inizia ad avere dei vuoti di memoria, si scopre padroneggiare lingue che non ha mai imparato e conoscere città che non ha mai visitato.

Dopo un concerto in Germania Lena gli chiede meravigliata: “Non sapevo che parlassi tedesco, dove l’hai imparato?”

“La guardo colpito da un’improvvisa sensazione di straniamento. Non so cosa rispondere. Mi sono rivolto al pubblico in tedesco con naturalezza, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Eppure non ricordo di aver studiato questa lingua.”

Gli episodi continuano e LUI: “L’inquietudine mi si insinua sotto la pelle…. Non posso fare a meno di collegare questo strano fenomeno all’episodio di qualche giorno fa: quell’allucinazione vivida, reale, in cui mio figlio annegava. È solo un caso? O c’è qualcosa di sinistro in agguato nel mio cervello? E nel mio destino?”

Un altro elemento molto forte del libro è la dimensione emotiva.

Nel libro troviamo tutto: la paura, la rabbia, il senso di colpa, la frustrazione… ma anche la resilienza, la capacità di trasformare il dolore, di assumersi responsabilità.

Come suggerisce l’autrice stessa, è una storia “di amore che sfida la ragione e di dolore che diventa forza”.

Alla fine, Una vita quasi perfetta è un libro che non si limita a raccontare una storia, ma ci interroga sul rapporto tra noi e le nostre paure e convinzioni.

Ora non voglio rubarvi il piacere di leggere il libro, sono certo che vi piacerà e forse troverete anche comunanze con piccoli drammi che ognuno di noi ha vissuto.

Personalmente ho avuto due genitori che hanno avuto una morte difficile, mia madre con l’Alzheimer e mio padre che con il Covid ha visto il suo cervello perdere parte delle sue funzioni. Due corpi che erano lì, ma non erano più le persone che avevo amato e quando li vedevo, accanto alla tristezza e alla gioia di vederli, mi chiedevo se non stavamo violentando la natura, costringendoli ad esserci.

E devo dire che il libro mi ci ha fatto molto pensare, perché pone anche un’altra domanda: quando una persona cara si trova in una situazione estrema, tenerla in vita è un atto d’amore, oppure di egoismo? Davanti a un corpo esangue, lo tieni in vita per il tuo egoismo, per il bisogno di non perdere una persona cara, oppure perché vuoi salvaguardare quella vita? E poi cos’è la vita?

Sono domande che attraversano tutta la storia, e che arrivano dritte anche a noi.

Vorrei fare un’ultima riflessione: viviamo in un Paese cattolico e per la Chiesa cattolica la vita è un dono sacro di Dio, che nella persona umana ha dignità inviolabile, dal concepimento alla morte naturale, perché ogni uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio ed è chiamato alla vita eterna.

Ma se non si affronta in maniera dogmatica il fine vita, anche il più credente deve ammettere che è il tempo in cui una persona, riconoscendo la vita come dono sacro di Dio ma non come realtà da prolungare artificialmente a ogni costo, ha diritto a essere accompagnata, ascoltata, curata, potendo rinunciare a trattamenti sproporzionati o gravosi e ricevere cure palliative, sollievo dal dolore e sostegno spirituale, per morire naturalmente con dignità, senza abbandono e senza accanimento terapeutico.

Io da laico penso che una definizione che ben si adatta sia quella attribuita a un capo indiano della tribù Seattle: “Non c’è morte, solo un cambiamento di mondi”.

Che poi significa che il fine vita non è la negazione della vita, ma un passaggio da accompagnare con rispetto, cura e dignità.

In conclusione, viviamo in tempi dominati dall’IA e ho chiesto a ChatGPT di darmi un giudizio sul libro, facendo emergere un aspetto che colpisce gli umani, accanto al tema dell’amore e della morte.

Ecco cosa ha scritto:

Un altro aspetto molto forte del libro è la dimensione relazionale.

Perché il fine vita, in realtà, non è mai solo individuale.

Coinvolge sempre altre persone. Familiari, amici, affetti.

E allora il libro ci mostra quanto sia importante la presenza. Anche quando le parole non bastano. Anche quando non sappiamo cosa dire.

Essere lì.

Ascoltare.

Restare.

Sono gesti semplici, ma profondissimi.

E forse è proprio questo uno dei messaggi più forti del libro: che la qualità delle relazioni può fare la differenza, anche — e soprattutto — nei momenti più difficili.

Alla fine, Una vita quasi perfetta non ci lascia con delle risposte definitive.

Ci lascia qualcosa di più sottile, ma forse più prezioso.

Ci lascia uno sguardo diverso.

Ci invita a guardare la vita con più consapevolezza.

A non dare per scontato il tempo.

A riconoscere il valore delle relazioni.

E, forse, anche ad avere un po’ meno paura di affrontare certi temi.

Perché parlare della fine, in fondo, non significa togliere valore alla vita.

Significa, al contrario, imparare a darle più senso.

E allora questo libro non è solo qualcosa da leggere.

È qualcosa da attraversare.

E magari da condividere.

Perché apre un dialogo che riguarda tutti noi.

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