UNA VITA QUASI PERFETTA

Scrivere questo romanzo è stato un viaggio intenso, un percorso dentro le emozioni più profonde e contraddittorie dell’animo umano. Alla base della storia c’è una domanda straziante, una delle più complesse con cui possiamo trovarci a fare i conti: quando una persona amata non può più decidere per sé, abbiamo il diritto di scegliere per lei? O forse, più che un diritto, è un dovere? Si può amare qualcuno al punto di lasciarlo andare? Qual è il confine tra egoismo e amore incondizionato? Se amare significa desiderare il bene dell’altro, cosa succede quando il bene dell’altro è in contrasto con il nostro desiderio di trattenerlo accanto a noi?


“Lei”, la protagonista, è una giovane donna costretta a confrontarsi con questa scelta devastante. Suo marito, un uomo che ha amato e ama con tutto il cuore, è in coma da più di un anno. I medici non le danno speranze, le chiedono di prendere una decisione definitiva. Ma come si può dire addio a qualcuno che è ancora lì, sospeso in un limbo tra la vita e la morte? Come si può spegnere la speranza, se anche un solo battito, un solo respiro, continua a esistere?

E poi, e se i medici si sbagliassero? Se, contro ogni previsione, potesse riprendersi? Il dubbio è una presenza costante, un tarlo che si insinua nella mente. Non è forse successo, in casi rarissimi, che qualcuno si sia risvegliato contro ogni logica medica? E se quel qualcuno fosse proprio lui? Come si può prendere una decisione così definitiva senza essere divorati dalla paura di aver commesso un errore irreparabile?

La negazione diventa una difesa. Il dolore è troppo grande, troppo devastante per essere affrontato, e così ci si aggrappa a ogni dettaglio, a ogni suono, a ogni ricordo, nella speranza che sia la vita stessa a decidere, a sollevare dalla responsabilità di un gesto definitivo. Perché chi ama non vuole arrendersi. Non vuole smettere di sperare. Non può accettare l’idea che tutto sia davvero finito.

Ma l’amore non è solo attaccamento. È anche responsabilità, è il coraggio di guardare in faccia la realtà e prendere decisioni difficili, dolorose, ma necessarie. Esiste un confine tra il rispetto per la vita e il rispetto per la dignità di quella vita? E se sì, chi ha il diritto di stabilirlo?
Accanto a lei c’è lui, l’altra voce di questo romanzo. Un uomo che vive sotto i riflettori, un musicista di successo, una rockstar ammirata da milioni di persone. La sua esistenza è scandita dalla musica, dalle emozioni che essa gli suscita, dai legami che riesce a creare. La sua voce ci accompagna lungo il romanzo, ci racconta il suo mondo, i suoi ricordi, i suoi sogni e le sue paure. Ma la sua vita è davvero ciò che appare?

La musica diventa il fil rouge che attraversa tutta la narrazione. Non è solo una colonna sonora, né un sottofondo. È un ponte tra passato e presente, tra realtà e apparenza. La musica ha il potere di evocare ricordi, di toccare corde profonde, di dare voce a ciò che le parole non riescono a esprimere. In fondo, non è forse la musica una delle forme più pure di comunicazione? Una melodia può riportare alla mente un istante, un volto, una sensazione, un amore che sembra perso e invece è ancora lì, incastonato tra le note.
Questa non è una storia che vuole dare risposte. Non pretende di dire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Al contrario, esplora il labirinto di emozioni, dubbi e paure che chiunque, trovandosi in una simile situazione, potrebbe provare. Volevo raccontare il peso della responsabilità, la forza della memoria, la disperata necessità di trovare un senso anche dove sembra non essercene alcuno. Perché, in fondo, chiunque potrebbe trovarsi di fronte a una scelta simile, e nessuno può dire con certezza come reagirebbe.

Ma la riflessione va ancora oltre. Dove nasce la coscienza? È solo il prodotto dell’attività cerebrale, un’illusione generata da impulsi elettrici e reazioni chimiche, o può esistere indipendentemente dalla materia? Se il nostro “io” non è solo un insieme di sinapsi e connessioni neurali, allora cosa significa davvero essere vivi?

Queste sono domande che, più che offrire risposte, ci spingono a guardare oltre, a interrogarci su ciò che ci rende umani, sulla natura della vita e sulla fragilità della nostra esistenza. In un’epoca in cui la tecnologia avanza e sfida sempre più il concetto di coscienza e identità, interrogarsi su ciò che ci definisce come esseri pensanti e senzienti è più urgente che mai.

Forse, alla fine, non è tanto la risposta a contare, quanto il percorso che compiamo nel cercarla. Non ho voluto schierarmi. Non ho voluto giudicare. Ho voluto solo raccontare.

Grazie a chi vorrà intraprendere questo viaggio tra le pagine del mio romanzo.

Script del video

Io ho già conosciuto il dolore, le ferite di un amore sbagliato.

Rammento l’angoscia che cresceva in me come un veleno, la sensazione di essere sempre sbagliata, intrappolata in una prigione da cui non riuscivo a evadere. E la vergogna… quella vergogna che mi impediva di chiedere aiuto, che mi faceva credere di meritare tutta quella sofferenza.

Poi sei arrivato tu, Matteo. Con un solo sguardo, mi hai fatto capire che l’amore non doveva essere paura, che le mani di un uomo potevano stringere senza ferire, che le parole potevano essere conforto e non armi per distruggere. Con te ho imparato a fidarmi di nuovo, a non tremare sotto il tocco di una mano, a sentirmi al sicuro dentro un abbraccio.

E ora, sono io a dover salvare te.

I medici dicono che non c’è speranza, che è il momento di spegnere le macchine. Ma io non posso. Non voglio. Sono convinta che tu possa ancora ritrovare la strada per tornare da me. Io ti aspetterò, non importa quanto tempo ci vorrà.

Stasera voglio vedere solo te, Matteo. Il mio Matteo.

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